| TESTI POETICI | |
| da “Galli di latta” |
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Donna! (era l’uomo assopito quel giorno sognando ti stava, e Dio, forse, nel plasmarti cantava!) *** Il senso dai e la vertigine dell’infinito. I profumi conservi e il fresco dei cedri del Libano, dei gigli e del cipro di Re Salomone: le tue radici nella terra affondi e nella luce.
Giona la calda voce del flauto (della nostra intesa complice) a quali eldoradi le porte dischiude!
Sulle mie spalle, Davide, è il tuo riso più vicino al cielo. *** Nei teneri boschi si frange, colma di vento, la nostra voce. Dalla pioggia rifatti innocenti come in arioso passato corriamo.
di nuove parole. Come una gemma il cuore. *** Dove sono finite le teorie dei gelsi della contadinità padana? Il campo hanno ceduto ad anonimi guard-rails, ai luminescenti feticci della segnaletica. Abbiamo disleprato i boschi, i prati asfaltato dell’antica saggezza.
Paggi o cortigiani principi o comparse dobbiamo stare al gioco. Fuori dalla corte solo il bosco rimane. Poveri galli accecati da quotidiani nonnulla da progetti affannosi che una vita non colmano, tronfie sagome di latta alte sui tetti e ai capricci del vento docili.
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| da “Amorosissima follia” |
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Non chiederò cose, né alle cose la felicità. E non un ritorno dell’amore. Se è amore non torna: sta. *** Il tempo non chiederò per un sapiente epilogo ma di trepida linfa donare, fino al battito estremo, ad ogni rameggio possibile, ad ogni probabile fiore. E di tornar fanciullo chiedo per esser più vicino a nascere all’infinito vivere.
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| da “La donna di Pietro” |
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“Nelle tue mani, Signore, l’olio dell’umile mensa si fa degno di ungere i re e la pietra più inerte in tavola sacrificale
si muta. Fa' che io sia nutrimento e balsamo, che la pietra silente che esser mi bastava presto divenga un sacro altare”. *** “Non tornare a me, nel tempo misurabile: a crescere non giova
esumar passate consonanze. abitatori, ci congiunga l’infinito”.
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da “D’una promessa” (Racconto biblico di Abramo e Sara)
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Al suo grido muto muta l’eco rispondeva di scarmigliati sterpi. Non la voce di un Dio amico ma voce che interroga e sgomenta. Ad ogni passo invano l’orecchio tendeva ad altro passo e ad altro assicurante fiato che al suo si accordasse. Ma era impassibile Colui che il nome non rivela. Nell’enigma degli eventi è solo dei prescelti
senza i
segni credere. Giunto al luogo non disse Abramo le cose ultime e forte verso il figlio levò il suo braccio armato. *** E venne l’angelo (venne il Signore!) in pienezza a convertir lo strazio, ai piedi stanchi infondere un nuovo ardore di danza. *** “Mia bianca, dolce Sara, come un fanciullo mi sono a Dio affidato e come a un fanciullo mi torna il riso. Canta con me, trepida sposa! E sia il tuo canto fresco come acqua di polla che dagli orli tracima di un nobile vaso. Tornano a te un risorto Abramo
e il
figlio per sempre ridonato. Grasse terre vedranno i suoi occhi e immensa sarà la sua tenda”.
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| da “Nel crocevia dei giorni” |
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Così palpitante laggiù il cielo ha il sentore di un presagio. Tra questi amati muri - testimoni muti di lente mutazioni – pregusto l’ansia sonora del tuono e avverto dietro il visibile l’enigma. Svanite le tracce del tempo lievita lo stupore e indovina
orizzonti ignoti. Il respiro attinge ad infinito nell’attimo sospeso. Si fa presente un Dio senza tuoni
che agli
eventi minimi presiede. Con nomi nuovi chiamerò le cose perché nuovo divenga delle cose il senso. *** Con preghiere compassate e senza franchigia dai rimorsi
abbiamo
sepolto i morti. Mai con essi la morte.
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da “Canto discanto” (Rivisitazione di quattro parabole evangeliche) |
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Non scolora in me l’immagine di processioni antiche, del salire d’incenso
nell’ampia cupola. (Con suono di celesta
al vento
tinnivan le coccarde). Era profumo di Dio nell’aria e nella schietta pietà della mia gente
digiuna
di carne e di latino. E quando ancora dicevo “tutto – niente, mai – sempre” già mi urgeva d’essere un uomo nuovo. *** E’ arduo, nel magma degli eventi,
andare
diritto al cuore dell’essere. C’è chi si attorce in affanni per desiderio di cose, e chi sa screpolata la cisterna dell’avere. E chi dice operaio inutile il poeta:
di
parole non si campa. Anche i poeti mangiano pane ma sanno che le cose non possono colmare
i vuoti
dell’attesa. Verrà un tempo o forse un attimo abbagliante, e per quel sacramentale istante chiederemo la parola da bere, parola da mangiare.
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| da “Un amore di vigilia” |
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Ha occhi grandi la nostra casa da cui sempre partimmo
con
bagaglio leggero. Ci capita e ci piace star dentro le mura non merlate di un ibrido borgo di Lombardia:
E dalle
mura guardare il mondo. Dove torbido e pensoso il Rile si allontana, salgono voli sguaiati di corvi
(che è
arduo dire d’angeli!). E pur chiamati a correre nel vento sostiamo nel recinto, come puledri che sanno ampiezze inconosciute. *** Amo i riflessi, i colori del vento, l’ombra d’albero o di palo
che dal
prato sul muro piega. Una grazia creante passa tra cenci e tegami
aleggia
su patite attese si fa riga o pagina
di un
diario vivente. Nell’immutabile essenza l’amore è flauto che attende il soffio, pronto a regalare all’aria
le più
alte melodie del cielo. E lo stupore si pone come pausa operosa nel fluire del canto. *** Una giovane merla - fatto il nido nel nostro agrifoglio – prendeva il cibo dalle mie mani. Erano trepidi i nostri appuntamenti
e
misurati sulla grazia;
nulla
che potesse impaurirla. Bastò un rumore improvviso
e volò
via per sempre. Quel rumore, quel perentorio annuncio, come un colpo di frusta
piegò la
nostra vita. (Io non so salire senza strepiti la via rocciosa della croce quando l’angoscia nel cuore s’impaluda. Ed anche tacitata
non tace). Rotti i sigilli, tutto può accadere. *** Da quando un lago d’ombra ha invaso la nostra vallata, delle blandite illusioni ci resta quanto resta nel cielo
dopo il
saettare d’un rondone.
Sopra la
buca dell’aspide
per
quanto il dolore ci insegna noi siamo condannati alla speranza. *** L’amore vale se costa almeno
la
nostra parte. Il seme custodito
anche
nel sonno cresce: il più, il meglio e l’indicibile verranno a noi per grazia.
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| da “Vaso di nuove meraviglie” |
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Con tutto il mio bisogno di credere e d'amare invidio quelli che partono ma amo restare; mi appartiene il senso fibroso di una sfibrante fatica.
Sono questi i giorni dell'esiguità, di una narcosi dell'anima. (Nemmeno mi sorride alla finestra il fiore baldanzoso della palma, dalle grasse corpute stelle).
Come candela che esala fumo e non più luce arrivo a invocare momenti d'uggia, a preferir la sonnolenza agli aculei dell'ansia, alla ferocia del cuneo puntato al cuore del ceppo.
Richiamare il dolore non è far pace: da questo tagliente scrimolo forse un declivio o forse il baratro.
Non è dato scegliere. Sotto un cielo così pulsante cammino a testa bassa e sento gioire nell’aria fronde che nulla sanno del passato, e nulla del dolore. *** Tentato a non vita, come la ruota di un carro rovesciato che senza gemere rallenta i giri, ritengo quasi miracolo un vitale germe di speranza.
Mi sorprendo a pregare, a chieder che questa pioggia così ferma e opaca si faccia acqua lustrale.
E quando sulla pelle mi aspetto lo schiocco dello staffile intensa mi giunge una carezza d'aria a fare di un vuoto a perdere vaso di nuove meraviglie. *** La geometria del silenzio apre gli spazi santifica i muri del chiostro estorce alla natura i suoi segreti.
L’infinito amalgama il visibile, stupore ed anima;
di qua dall'infinito il desiderio inganna.
Quando la svolta si impone e la strada dirupa o s’incollina, non chiedere consiglio all'ansa troppo prudente del fiume e non alla falena ignara d'esser calamitata al suicidio.
Sull'ultimo scalino sorretti dall’amore intoneremo il canto. Più in alto e più vicini al grande rapimento. *** Odo nel dormiveglia un suon di passi sull’asfalto e sul petto. Forse è solo la notte con i suoi enigmi.
Non saranno i miei pensieri di sentinella notturna a destare anzitempo l’alba.
Se pur mi pensi tu sei lontana, chiara ombra nel buio.
Una giovane luna appare sopra un fondale di nubi, ed è l’incanto. Ma di questo stupefatto fremito te irraggiungibile non posso far partecipe:
nel nostro fluire una strozzatura, un embolo.
Così il pensiero piumeggia e l’anima prende peso. L’alba verrà solo al finire della notte; mi troverà già desto e passerà il testimone all’aurora con l’invito a scoprire, vivendo, la vita. *** Dopo il crepitio dei bengala e il breve fiore di fuoco nel buio che deterge la notte tutto torna ad esser come prima salvo, forse, l’odore di bruciato.
Abbiamo perduto il silenzio, la battuta d'aspetto che distende la melodia.
Nessuna redenzione è possibile senza compatire le pene di uomini alberi e bestie, senza essere almeno un oscuro Cireneo. (Pur vive nel meriggio tardo - per contagio crepuscolare – una speranza inconsapevole).
Tra noi la smania di armonia è al calor bianco, e intera aleggia l’anima nel fiato acceso di non bastevoli parole.
Noi siamo di una pasta che ben conosce erte e scollinamenti, gli squassi del cuore e le risalite. Siamo di quelli che non si lasciano vivere *** Il sole che declina, sorge se lo guardiamo da un altro angolo dell’universo.
L’eternità è soltanto una sequenza d’attimi infinita.
Io sto dalla parte del sogno che non si avvererà e pure mi ostino a sognare.
Sarò sempre un novizio e un testimone della profusa grazia che contagia chi vuol esser contagiato.
Non mi aspetto possessi o gloria ma un poco di sapienza che rischiari, un poco di bellezza che redima; di stupire la risorgente grazia.
Vorrei morire d’infinità.
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